In Italia, quasi un dipendente su tre dichiara che gli viene richiesto di essere disponibile anche fuori dall’orario di lavoro. Più della metà svolge almeno un’ora di straordinario alla settimana e, per quasi un lavoratore su due, questo impegno aggiuntivo non viene riconosciuto. In un contesto segnato da carichi elevati, interruzioni continue e confini sempre più fragili tra vita privata e professionale, anche un fine settimana o pochi giorni di pausa possono non bastare per recuperare davvero. Il disagio da rientro smette così di essere un fenomeno legato esclusivamente alla fine delle ferie estive e può ripresentarsi durante tutto l’anno.

Secondo Hays Italia, leader globale nella selezione e nelle soluzioni per le risorse umane, il problema non è il rientro in sé, ma il contesto lavorativo al quale si torna. Se la fatica si è accumulata nel tempo, pochi giorni di riposo non sono sufficienti a compensarla. La vera sfida per le aziende non è quindi favorire la disconnessione soltanto durante le vacanze, ma creare condizioni di lavoro sostenibili durante tutto l’anno. «Il disagio da rientro ci ricorda che il benessere non si costruisce durante le vacanze, ma giorno dopo giorno. L’esperienza delle persone in azienda dipende da molti fattori: da come viene organizzato il lavoro, da come vengono guidati i gruppi, dal livello di autonomia e dalla flessibilità. Quando questi elementi vengono meno, pochi giorni di riposo difficilmente riescono a compensare la fatica accumulata», afferma Alessio Campi, People & Culture Director di Hays Italia. Come spiega Isabel Aranda, dottoressa in Psicologia ed esperta di Psicologia del lavoro, il problema emerge quando le vacanze non sono sufficienti a recuperare risorse psicologiche già esaurite prima della pausa. «Il ritorno al lavoro non genera disagio semplicemente perché si riprende a lavorare, ma perché si interrompe un periodo in cui abbiamo avuto maggiore autonomia, riposo e controllo sul nostro tempo. Quando rientriamo in un ambiente caratterizzato da richieste elevate, interruzioni continue o risorse insufficienti per farvi fronte, la mente interpreta il cambiamento come un aumento dello sforzo necessario». Secondo l’esperta, il modello delle richieste e delle risorse lavorative1 mostra che, quando una persona arriva alle ferie con un livello di affaticamento già elevato, pochi giorni di riposo non sono sempre sufficienti a ricostituire completamente le risorse psicologiche. Uno studio pubblicato nel 20252 evidenzia infatti che l’energia con cui un professionista rientra al lavoro dipende in larga misura dalla fatica accumulata prima delle vacanze, dal bisogno di recupero e dal sostegno percepito da parte dell’organizzazione. Provare una certa resistenza nelle prime ore o nei primi giorni dopo il rientro è normale. Il problema nasce quando queste sensazioni si ripresentano con regolarità. Tra i principali segnali d’allarme di un possibile esaurimento lavorativo figurano una stanchezza persistente che non migliora con il riposo, apatia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, calo delle prestazioni e pensieri ricorrenti di lasciare il proprio impiego.