Perché risparmiare 5 euro su un acquisto da 15 euro può sembrare più conveniente che risparmiare gli stessi 5 euro su un acquisto da 125 euro? E perché perdere un biglietto per uno spettacolo può sembrare più costoso che perdere la stessa somma in contanti? Queste apparenti incongruenze sono esempi di contabilità mentale: la tendenza a organizzare il denaro in “conti” psicologici separati, in base alla sua provenienza, alla sua destinazione o al contesto in cui viene utilizzato. Sebbene ogni euro abbia lo stesso valore economico oggettivo, le persone non sempre lo percepiscono o lo spendono nello stesso modo. Un ampio studio internazionale, pubblicato sul «Journal of Consumer Research», ha realizzato il primo test su larga scala della validità degli effetti della contabilità mentale in Paesi diversi e in un sistema finanziario molto differente da quello degli anni Ottanta, quando il modello fu sviluppato dal premio Nobel Richard Thaler e da altri pionieri della ricerca comportamentale sulle decisioni.

La ricerca, coordinata dal prof. Enrico Rubaltelli, del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova, è stata condotta sotto la guida di Giulia Priolo della Copenhagen Business School, Martina Vacondio dell’Università di Trento, Federica Stablum dello University College London, e Simone D’Ambrogio dell’Università di Oxford. Lo studio, grazie alla collaborazione di un ampio gruppo internazionale di ricercatrici e ricercatori che ha tradotto e adattato i materiali e coordinato la raccolta dei dati nei Paesi coinvolti, ha fornito un contributo fondamentale alle analisi statistiche. I ricercatori volevano verificare quanto la teoria classica formulata da Thaler fosse ancora applicabile in un contesto economico profondamente cambiato. La contabilità mentale descrive la tendenza delle persone a separare mentalmente il denaro in categorie quali affitto, tempo libero, risparmi o entrate impreviste. Questo processo può aiutare a pianificare le spese e a esercitare autocontrollo, ma può anche generare decisioni che si discostano dal principio economico secondo cui il denaro è perfettamente intercambiabile. Molto è cambiato da quando furono condotti i primi studi sulla contabilità mentale. Il contante e gli assegni sono stati progressivamente sostituiti da carte, home banking, piattaforme di pagamento digitale e servizi in abbonamento. Inoltre, le evidenze originarie provenivano soprattutto da campioni statunitensi relativamente piccoli, spesso composti da studenti universitari. Il team di ricerca ha verificato se gli stessi principi psicologici siano ancora osservabili oggi e se possano essere generalizzati a contesti culturali ed economici molto diversi. Le differenze individuali relative a età, istruzione, reddito e alfabetizzazione finanziaria non hanno spiegato in misura sostanziale le variazioni osservate tra i Paesi. Si è invece riscontrata una possibile relazione con le condizioni economiche nazionali: in nazioni con un PIL pro capite inferiore a 50.000 dollari l'uso dei conti mentali cresce all'aumentare del PIL; superati i 50.000 dollari di PIL pro capite, l'effetto si stabilizza e non si riscontrano differenze tra nazioni.