LA SOLITUDINE DEL LUTTO: L’ESPERTA SPIEGA COME AFFRONTARE LA PERDITA
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- Redazione
La scomparsa ravvicinata di tanti personaggi noti riporta la morte nelle nostre conversazioni, ma il vero tema va oltre la cronaca o ad Halloween. Ogni notizia diventa un richiamo a qualcosa di più profondo. Sono i dolori personali che restano, quelli che non finiscono mai del tutto e che ognuno porta in silenzio. “Il dolore della perdita non chiede di essere guarito, ma accolto. Ciò che ferisce – spiega Alessandra Bitelli, coach e autrice de “Il primo romanzo utile del coaching” – non è la morte in sé, ma la difficoltà di chi ci circonda a restare. La fuga degli altri, l’imbarazzo di chi non sa cosa dire o come comportarsi, finisce per rendere quel dolore ancora più silenzioso e profondo”. Il lutto può avere molti volti, da quello della perdita di una persona, di un animale o di un legame che ha dato senso alla nostra vita. Alessandra Bitelli risponde alle domande più comuni su come si attraversa – anche se non si supera – un dolore che fa parte di tutti. Ma cosa si prova quando si perde qualcuno di importante nella nostra vita? “Quel posto non resta vuoto perché diventa immenso. – spiega Bitelli -
Si percepisce una mancanza che non si limita al ricordo, ma invade i gesti quotidiani. Ogni oggetto, ogni suono, ogni abitudine diventa un rimando. Il lutto è un’altalena di emozioni che vanno dall’incredulità alla rabbia fino all’accettazione. E la rabbia serve spesso a spostare altrove il dolore, a trovare un colpevole che non sia noi stessi. È una forma di difesa temporanea, necessaria per sopravvivere a un senso di impotenza assoluto. Nella perdita c’è sempre un momento in cui si riavvolge il nastro e si pensa a tutto ciò che si sarebbe potuto fare diversamente. E quasi sempre arriva anche quella sensazione sottile di non aver fatto abbastanza, di non aver detto o dato tutto ciò che si poteva. È il modo in cui cerchiamo di dare un senso a qualcosa che non ne ha”. Cosa rende il lutto così difficile da affrontare? “Il fatto che non preveda ritorno. In una società che corregge tutto, dalla pelle all’umore, la morte è l’unica cosa che non si può aggiustare. È l’irrevocabilità che spaventa, quel senso di “non reversibilità” che lascia disarmati. All’inizio il dolore è un colpo secco, acuto, che paralizza. Poi, con il tempo, si trasforma in un torpore, una malinconia silenziosa che prende spazio lentamente. E quando il mondo smette di chiederti come stai, la solitudine del lutto entra con prepotenza. È lì che si capisce che il dolore non passa, semplicemente cambia forma” spiega l’esperta. “Il tempo non guarisce. Copre, smussa, ma non cancella. È l’abitudine a fare il resto, quella capacità umana di continuare a vivere nonostante tutto. Ma proprio quando il dolore diventa più silenzioso – spiega ancora Bitelli - arriva il paradosso, perché non è più concesso soffrire. Socialmente la tristezza ha una scadenza, come se esistesse un tempo massimo per il dolore. Dopo qualche mese, chi soffre deve reagire, tornare alla normalità, fingere che tutto vada meglio. È una pressione sotterranea che pesa quanto la perdita stessa”.





