Il crollo, il 14 febbraio, proprio nel giorno di San Valentino, di uno dei simboli più iconici del Salento, l’Arco di Sant’Andrea, lungo la costa di Melendugno, collassato sotto l’azione combinata di mareggiate ed erosione, ora diventa caso emblematico del fragile equilibrio delle coste pugliesi. Gli esperti invitano però a non ridurre tutto ai cambiamenti climatici e chiedono più monitoraggio e cultura geologica. “È crollato uno dei simboli del Salento. L’Arco di Sant’Andrea era meta di innamorati di tutto il mondo. Stiamo addebitando tutto ai cambiamenti climatici ma non è così. In Puglia il 53% delle coste è a rischio erosione e sul territorio abbiamo censite 839 frane”, afferma Giovanni Caputo, presidente dell’Ordine dei Geologi della Puglia.

“È andato via uno dei simboli del Salento noto nel mondo. Il crollo dell’arco di Sant’Andrea, situato lungo la costa adriatica in Puglia, è accaduto a circa un mese dai crolli avvenuti a Tricase Porto e Marina Serra, confermando l’erosione costiera in atto in Puglia. Un evento che solleva preoccupazioni sia per la sicurezza che per la conservazione dell’ambiente. In Puglia il 53% delle coste è a rischio erosione”, ribadisce Caputo. Sul piano tecnico, il presidente dell’Ordine indica una serie di misure: “Servono monitoraggio e analisi geologica costante dell’area per valutare i rischi di ulteriori crolli, studi di stabilità per identificare le cause, valutazioni di restauro e tecniche di ingegneria naturalistica per stabilizzare il sito. È fondamentale la stabilizzazione della costa, con interventi per ridurre l’erosione come scogliere, barriere artificiali o ripristino della vegetazione costiera”. Caputo ricorda inoltre il quadro più ampio del dissesto idrogeologico regionale: “In Puglia ci sono 839 frane censite, con 63.000 persone residenti in territori colpiti, circa 17.280 edifici, 5.752 imprese e 849 beni culturali in aree a rischio frana. Sono 135.932 le persone che risiedono in aree a rischio alluvionale, 36.600 gli edifici e 409 i beni culturali. La Puglia non è esente dai rischi naturali”. All’indomani del crollo interviene anche la Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA-APS), che inquadra l’evento in un processo naturale di evoluzione geomorfologica. “Quanto accaduto a Melendugno invita a una riflessione”, dichiara Antonello Fiore, presidente nazionale SIGEA. “Le foto scattate prima del crollo mostrano un sito intensamente frequentato, con bagnanti al di sopra e al di sotto della massa instabile poi collassata, per fortuna senza danni a persone. La gestione del territorio non può prescindere dalla sua accurata conoscenza e dall’accrescimento della cultura geologica”. Secondo Fiore, il crollo dell’Arco di Sant’Andrea, geosito censito della costa salentina, è “un chiaro esempio di naturale evoluzione geologica del paesaggio costiero”. Le falesie costituite da rocce tenere, spiega, “sono strutturalmente soggette a dinamiche naturali di erosione e crolli. Interventi di consolidamento, oltre a essere onerosi e impattanti sul paesaggio, avrebbero rappresentato solo un ritardo temporaneo in un processo intrinseco e ineludibile”. Vincenzo Iurilli, presidente della sezione Puglia della SIGEA, ricorda che “la falesia di Melendugno, un gradino morfologico a tratti verticale per una decina di metri sopra il livello marino, è costituita da rocce tenere, caratterizzate da bassi valori di resistenza meccanica. Il sito, catalogato con il numero CGP0085 nel censimento dei geositi e delle emergenze geologiche della Puglia (progetto Geositi 2014), ha valore didattico e scenico, rappresentando i processi in atto lungo la costa”. Per la SIGEA, il crollo – avvenuto in inverno – ha evitato rischi maggiori per la pubblica incolumità, ma evidenzia l’urgenza di un monitoraggio costante delle coste alte e della delimitazione delle aree pericolose. “Bisogna passare dal semplice censimento dei geositi a un vero e proprio catasto, come prevede la legge regionale, per promuovere la cultura geologica e diffondere la consapevolezza dei pericoli naturali”, conclude Fiore.