Tutti gli anni l’Inps emana un messaggio dove, senza spiegarne i motivi, ci informa che l’importo aggiuntivo di 154 euro (art. 70, comma 7, della legge 23 dicembre 2000, n. 388) corrisposto con la tredicesima del mese di dicembre a tutte le pensioni pari o inferiori al trattamento minimo (e a patto che i beneficiari soddisfino specifici limiti reddituali) non sarà pagato alle pensioni detassate in virtù di una convenzione internazionale bilaterale sulla doppia imposizione. Vengono escluse dall’attribuzione del beneficio dunque tutte le pensioni dei residenti all’estero i quali hanno richiesto all’Inps la detassazione della loro pensione, sia in convenzione che autonoma, secondo quanto stabilito dalla convenzione contro le doppie imposizioni fiscali stipulata dall’Italia con il Paese di emigrazione”.

Nel terzo trimestre del 2025 si stima che il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2020, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia rimasto stazionario rispetto al trimestre precedente e sia cresciuto dello 0,4% in termini tendenziali. Lo rende noto l’Istat. Il terzo trimestre del 2025 ha avuto quattro giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero di giornate lavorative rispetto al terzo trimestre del 2024. La variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, di una diminuzione in quello dell’industria e di una stazionarietà in quello dei servizi.

Il reddito reale pro capite delle famiglie nei Paesi Ocse è aumentato dello 0,4% nel secondo trimestre del 2025, in accelerazione rispetto allo 0,1% del trimestre precedente. Anche il Pil reale pro-capite è cresciuto leggermente più rapidamente, dello 0,5%. Secondo i nuovi dati diffusi dall’Ocse, 12 dei 19 Paesi per cui sono disponibili i dati hanno registrato un miglioramento rispetto al trimestre precedente. Tra i Paesi del G7, il reddito reale delle famiglie è tornato a crescere in Germania e nel Regno Unito (entrambe +0,3%), dopo le contrazioni del primo trimestre. In Francia l’aumento è stato dello 0,3%, grazie alla stabilizzazione dei prezzi, mentre negli Stati Uniti e in Canada si sono registrati incrementi rispettivamente dello 0,6% e dello 0,2%. In Italia, il reddito reale pro capite delle famiglie è cresciuto dello 0,3% nel secondo trimestre, in calo rispetto allo 0,8% del trimestre precedente. La frenata, spiega l’Ocse, riflette in particolare una diminuzione delle retribuzioni dei dipendenti.

Il rallentamento dell’economia tedesca rappresenta un rischio diretto per l’Italia, con effetti potenzialmente rilevanti sull’export e sulla crescita nazionale. Oltre il 12% delle esportazioni manifatturiere italiane, pari a circa 78 miliardi di euro l’anno, è destinato al mercato tedesco e una contrazione del 2% della produzione industriale in Germania nei prossimi sei mesi potrebbe ridurre il pil italiano dello 0,3% e tagliare lo 0,7% delle esportazioni complessive, per un valore di circa 5,5 miliardi di euro. È quanto emerge da un paper del Centro studi di Unimpresa, secondo cui la maggiore tenuta dell’industria francese, sostenuta dai settori aerospaziale e automotive, potrà attenuare solo in parte l’impatto negativo, limitando la perdita di prodotto di circa 0,1 punti percentuali. Per il 2025 Unimpresa stima, nello scenario base, una crescita industriale italiana dello 0,3% mensile e un pil annuo del +0,8%, che potrebbe scendere al +0,5% nello scenario negativo.

Dalla Corte dei Conti un altro stop al Ponte sullo Stretto, dopo quello arrivato alla fine di ottobre, quando la magistratura contabile non aveva concesso il visto di legittimità alla delibera del Cipess sul piano economico-finanziario dell’opera. Ora, invece, il diniego è legato al visto di legittimità per il terzo atto aggiuntivo della Convenzione tra ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Stretto di Messina spa. La Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte “non ha ammesso al visto e alla conseguente registrazione – si legge in una nota della Corte -

A settembre 2025 si stima un miglioramento del clima di opinione dei consumatori (da 96,2 a 96,8) e un incremento marginale dell’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese (da 93,6 a 93,7). Lo rende noto l’Istat. Tra i consumatori, si evidenzia un complessivo miglioramento delle opinioni sulla situazione economica generale, sulla situazione corrente e su quella futura: il clima economico sale da 97,0 a 98,8, il clima corrente aumenta da 99,2 a 99,9 e il clima futuro cresce da 92,2 a 92,6; il clima personale rimane sostanzialmente stazionario (da 95,9 a 96,0). Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia aumenta nelle costruzioni e nei servizi di mercato (da 101,3 a 101,5 e da 95,1 a 95,6, rispettivamente) mentre rimane invariato nella manifattura (a 87,3) e diminuisce nel commercio al dettaglio (da 102,7 a 101,6).

Per la prima volta, il tasso di occupazione nel Mezzogiorno supera la soglia del 50%. Nel secondo trimestre 2025, secondo i dati diffusi dall’Istat il 12 settembre, l’indicatore si è attestato al 50,2% tra i 15 e i 64 anni, in crescita di un punto percentuale rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di un risultato storico, che segna un avanzamento significativo per un’area tradizionalmente caratterizzata da bassi livelli di partecipazione al mercato del lavoro. L’aumento riguarda soprattutto le donne, il cui tasso di occupazione è salito al 37,8%, e gli uomini, ora al 62,7%.

Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese di settembre 2025 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, evidenzia una variazione del -0,2% su base mensile e del +1,6% su base annua (come nel mese precedente). La stabilità del tasso d’inflazione sottende andamenti differenziati dei diversi aggregati di spesa: in rallentamento i prezzi degli Alimentari non lavorati (da +5,6% a +4,8%), in accelerazione quelli degli Alimentari lavorati (da +2,7% a +3,0%) e degli Energetici regolamentati (da +12,9% a +14,0%), a cui si aggiunge la ripresa dei prezzi degli Energetici non regolamentati (da -6,3% a -5,2%).

Pressione fiscale “paradisiaca” per le banche italiane. Nel 2024, gli istituti di credito del nostro Paese hanno realizzato 46,5 miliardi di euro di utili netti, a fronte dei quali hanno versato al fisco 11,2 miliardi. Ne deriva un tax rate effettivo – cioè il rapporto tra le imposte pagate e i profitti – pari al 24,2%. Nello stesso anno, il fatturato complessivo del comparto bancario è salito a 110,1 miliardi, con un margine d’interesse da attività di prestito pari a 64,4 miliardi.








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