L’accordo raggiunto l’8 dicembre in sede di Consiglio Ue sul nuovo regolamento europeo in materia di rimpatri segna una svolta che parla anche – e forse soprattutto – italiano. La norma, che punta ad accelerare e rendere più efficaci le procedure di rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi in soggiorno irregolare, apre infatti in modo esplicito alla possibilità per gli Stati membri di istituire “hub di rimpatrio” in Paesi terzi. Un’impostazione che richiama direttamente il modello già sperimentato dall’Italia, primo Paese dell’Unione ad aver esternalizzato parti della gestione dei rimpatri attraverso i centri realizzati in Albania, scelta che ha suscitato un forte dibattito politico e giuridico sia a livello nazionale sia europeo. Il regolamento concordato dai Ventisette introduce procedure comuni a livello Ue, rafforza gli obblighi per i migranti destinatari di un provvedimento di rimpatrio e amplia gli strumenti a disposizione degli Stati membri, dai periodi di trattenimento più lunghi ai divieti di ingresso estesi.

Cuore politico dell’intesa è però la cornice che consente accordi con Paesi terzi per la gestione dei rimpatri, a condizione del rispetto degli standard internazionali sui diritti umani e del principio di non respingimento. Gli hub potranno fungere sia da centri di transito sia da destinazione finale. Per il governo italiano si tratta di una conferma della linea perseguita negli ultimi mesi. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi parla di “svolta” e rivendica che le nuove regole europee siano “in linea con i provvedimenti già adottati dall’Italia”, a partire dal protocollo con Tirana. “Finalmente – ha sottolineato – ci avviamo a realizzare un sistema europeo per i rimpatri realmente efficace”, con procedure accelerate di frontiera e ricorsi che non avranno più effetto sospensivo automatico. Anche Fratelli d’Italia, con l’eurodeputato Alessandro Ciriani, legge nell’intesa “un passo concreto nel processo di riforma”, grazie a strumenti che permetterebbero di distinguere più rapidamente tra chi ha diritto alla protezione e chi presenta domande inammissibili. Di segno opposto il giudizio delle opposizioni, che vedono nell’accordo europeo una legittimazione ex post di pratiche già contestate nel caso Albania. Per il segretario di +Europa Riccardo Magi, la decisione del Consiglio “spiana la strada a esternalizzazioni illegali stile Albania”, in contrasto con la Convenzione di Ginevra e con l’articolo 78 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. Secondo Magi, il rischio è quello di una “disgregazione” della politica comune europea in materia di asilo, con un aumento dei contenziosi e un arretramento delle garanzie per l’accesso alla protezione internazionale.